Dove la luce accade

scritto da giorgiog1
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Testo: Dove la luce accade
di giorgiog1

Quando Telemaco Signorini arrivò alla Spezia, nella seconda metà dell’Ottocento, portava con sé un'aspirazione precisa: non cercava solo paesaggi, cercava la luce.
Era cresciuto tra le incisioni del padre e le aule dell’Accademia, ma aveva già scelto la strada più inquieta dei Macchiaioli, quei giovani che volevano dipingere il mondo com’era davvero, con ombre vive e contrasti netti.
La Liguria gli apparve subito come un luogo fatto apposta per lui: scogliere che precipitano nel mare, borghi sospesi, una luce che cambia di continuo, come se avesse un carattere proprio.
Alla Spezia ritrovò gli amici Cristiano Banti e Vincenzo Cabianca, e insieme iniziarono a esplorare il territorio.
Camminavano per colline e sentieri, si spingevano fino a Lerici, Portovenere, Pitelli, Arcola. Cercavano scorci, certo, ma più ancora cercavano persone: mani che lavorano, abitudini che resistono, volti che raccontano.
Un giorno, in Piazza del Mercato, notarono alcune ragazze di Biassa. Indossavano il costume tradizionale, e quei colori, quelle pieghe, sembravano già un dipinto. Le seguirono fino al Santuario di Montenero e, da lassù, quasi per caso, videro Riomaggiore.
Il primo incontro non fu semplice.
Il borgo appariva chiuso, diffidente, come se non volesse farsi guardare.
Le case, addossate l’una all’altra come tane, sembravano respingere più che accogliere.
Ma quando i tre scesero verso la marina, tutto cambiò. Il mare, con le sue sfumature mobili, la vita dei pescatori, le voci che rimbalzavano tra le rocce: era un mondo nuovo, vivo, che chiedeva di essere osservato.
Erano anni di trasformazione. Nel 1874 la ferrovia La Spezia–Sestri Levante ruppe l’isolamento delle Cinque Terre. Il turismo crebbe, arrivò un po’ di ricchezza, e con essa si attenuò quella “selvaggia verginità” che aveva colpito Signorini.
Lui, che aveva un occhio attento alle contraddizioni sociali, vide anche ciò che non brillava: le bambine che portavano acqua e cesti pesanti, le donne divise tra casa e campi, gli uomini arrampicati sulle vigne terrazzate. Parlò di usanze “barbare”, ma senza giudicare: osservava, registrava, restituiva.
Riomaggiore divenne il suo studio a cielo aperto. Le sue tele raccontano carugi intricati, muri muschiosi, torrenti che tagliano il paese, case che sembrano aggrapparsi alla roccia per non cadere in mare. E soprattutto raccontano la luce: quella del mattino che indora le facciate, quella del tramonto che accende i rossi e gli ocra, quella lunare che trasforma tutto in un teatro silenzioso. Non stupisce che uno dei suoi dipinti più celebri, Il medico del paese, sia un notturno ambientato a Manarola, dove la lampada del dottore dialoga con il chiarore della luna.
Signorini visse a Riomaggiore dal 1892 al 1897. La sua casa, vicino alla chiesa di San Giovanni, oggi porta una lapide.
In quegli anni non fu solo un osservatore: entrò nel tessuto umano del borgo, ne condivise fatiche e bellezze, trasformandole in immagini che ancora oggi parlano di un mondo sospeso tra mare e montagna, tra povertà e poesia.
La Liguria gli offrì ciò che cercava: un luogo dove la luce non è mai neutra, dove ogni ombra ha un carattere, dove la vita quotidiana diventa racconto. E lui seppe ascoltarla.
Ma Signorini non fu il solo a lasciarsi catturare da Riomaggiore. Dopo di lui arrivarono altri pittori, attratti dalla stessa inquietudine luminosa. Plinio Nomellini, amico e allievo dei macchiaioli, trovò nel borgo un laboratorio perfetto per le sue ricerche divisioniste: tramonti che incendiavano la marina, barche tirate in secco, ombre lunghe che sembravano vibrare.
Llewelyn Lloyd, spirito errante, percorse le Cinque Terre con uno sguardo più intimo: nelle sue tele Riomaggiore è un intreccio di case che si cercano, un equilibrio fragile tra roccia e mare.
Giuseppe Caselli, grande pittore spezzino del Novecento, tornò più volte nel borgo. Le sue vedute non cercano la cartolina: raccontano la fatica, la solitudine, la malinconia che si nasconde dietro la bellezza. Le Cinque Terre, nei suoi quadri, sembrano respirare lentamente, come un animale antico.
E poi Agostino Fossati, che già a metà Ottocento aveva fissato alcune delle prime vedute del territorio, e Antonio Discovolo, che amava la luce morbida dei paesi arrampicati sul mare. Ognuno di loro vide qualcosa di diverso, ma tutti riconobbero in Riomaggiore un luogo dove la luce non si posa: accade

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